“Non dirmi che hai paura” di Catozzella Giuseppe

La storia che ci racconta Catozzella in questo libro, che mi è capitato tra le mani per caso, è la triste storia di Samia Yusuf Omar, una ragazza somala che ha visto il suo sogno infrangersi tra le onde del Mediterraneo.

Nata in Somalia, Samia aveva un sogno: correre e rappresentare il suo paese davanti a tutto il mondo. Correre ed essere un esempio per tutte le donne.
Sin da bambina, correndo tra le vie di Mogadiscio, si prepara a diventare una vera atleta e a dispetto del suo essere femmina in un paese in ci il fondamentalismo prendeva piede, grazie al sostegno anche della sua famiglia, nel 2008, a diciassette anni, viene scelta per le Olimpiadi di Pechino.

Per Samia non è il successo sperato.
“Mi sono accorta che avrei perso la gara già dal primo momento” racconta Catozzella.
Ma da questa sconfitta, Samia diventa un mito per le donne arabe: le scrivono, l’appoggiano e sono orgogliose di lei. Samia è orgogliosa di questa inaspettata fama, sente che può diventare il punto fermo per le rivendicazioni delle donne musulmane.

Samia non voleva abbandonare la Somalia, voleva diventare qualcuno senza doversi spostare in occidente, ma quando scopre che per colpa del suo migliore amico Alì, entrato tra i fondamentalisti, suo padre è stato ucciso, decide che quello non è più il paese in cui vivere.

Prima si trasferisce ad Addis Abeba, intenzionata a stabilirsi li. La situazione di clandestina però, in quanto priva di documenti(dalla Somalia non arriveranno mai), la obbligano ad allenarsi da sola, di notte, confortata solo dal custode della pista. Samia non riesce a sopportare di non potersi confrontare e migliorare con gli altri e così prende la decisione definitiva: intraprendere il Viaggio.

Tutti in Somalia e negli altri stati africani sentono parlare prima o poi del Viaggio. Samia ha sua sorella Hodan che lo ha intrapreso, ogni famiglia ha qualche congiunto che ha trovato la salvezza in Europa.

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Il viaggio è lungo, pieno di pericoli, pieno di approfittatori e poco di buono. Solo grazie alla sua famiglia e sua sorella che le spediscono i soldi, riesce ad ogni tappa a pagarsi i viaggi.

A Tripoli il primo viaggio su di un barcone finisce male, devono tornare indietro(1200 dollari non rimborsati), il secondo, dopo aver raccimolato nuovamente 1200 dollari, finisce con il barcone in avaria in mezzo al mare. Nel disperato tentativo di raggiungere l’imbarcazione italiana, trova la morte per annegamento.

Samia amava il mare, lo vedeva come un amico. Prima di salire sul barcone, la prima volta, le era stato riferito che era il momento peggiore di tutto il Viaggio, che nemmeno il Sahara poteva aguagliare. Samia non ci credeva, come poteva il suo amato mare essere peggiore di quella distesa di sabbia calda e soffocante? Da bambina andava spesso con Ali a guardarlo e, sfidando la sorte(la spiaggia risultava un luogo molto pericoloso in quanto i fondamentalisti li potevano ucciderti senza alcuna difficoltà essendo pianeggiante e senza riparo) a volte giocavano anche con la sabbia. Non avendo però mai potuto imparare a nuotare non è riuscita a mettersi in salvo.

Samia ha lottato per il suo sogno fino alla fine e non ha mai perso le speranze. Ogni giorno affrontava la solitudine, il dolore, l’insicurezza e le privazioni pensando a come sarebbe stata bella la sua vita dopo.

Il suo dopo però è stato inghiottito dal mare che lei tanto amava; il suo dopo lo ha lasciato in eredità a tutte noi, da qualsiasi stato veniamo, paese, religione e idoeologia.

Samia ci ha insegnato che niente dovrebbe farci perdere di vista il nostro sogno, perchè se lei ha combattuto fino alla fine per il suo, viaggiando per mezza Africa in mano a trafficanti senza scrupoli e senza l’appoggio di una famiglia e di una faccia amica, che scusa abbiamo noi? Noi che abbiamo una casa, una famiglia e amici?

Nessuna.

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