Colpa delle stelle

Ho appena finito di leggere il libro Colpa delle Stelle, di John Green. Da lettrice accanita tendo a leggere il libro prima di addentrarmi nella pellicola creata da terzi. Da esperienza personale infatti il libro è sempre meglio del film ed è per questo che ho sempre preferito questa opzione. In questo caso però il libro, che ho su computer, l’ho iniziato e finito solo in questi due giorni. In primo luogo perché odio gli ebook, in secondo luogo perché volevo vedere se, come sempre, il libro mi avrebbe dato di più.

Con somma sorpresa, ho scoperto che il film è la copia perfetta del libro e che sceneggiatori/regista, non hanno rovinato nulla, anzi, con gli attori che hanno scelto hanno creato un capolavoro.

Shailene Woodley e Ansel Elgort sono due attori magnifici per la loro età e hanno dato vita a una storia d’amore, un piccolo infinito, che mi ha veramente commosso.

Non mi reputo una sentimentale, non tendo a piagnucolare per un nonnulla come non rimango sconvolta da film strappalacrime che ai più fanno venire voglia di strapparsi i capelli e piangere istericamente, ma vi assicuro, che non ho mai pianto così tanto leggendo la fine del libro, come ascoltando il discorso di Hezel riprodotto su pellicola.

Penso che questo libro, più che voler parlare della malattia in se, tratti più delle persone care che i malati si lasciano alle spalle quando se ne vanno. Ci mostra infatti i due lati della medaglia: da una parte un uomo distrutto dall’alcool e dal dolore, lo scrittore Van Holden, che ha creato un’adolescenza fittizia per la figlia-bambina morta molti anni prima; dall’altro i genitori di Hezel, che stanno facendo di tutto per affrontare quello che accadrà dopo, cercando di farsi una vita in cui Hezel non ci sarà più, ma dove tantissime persone potranno trovare in loro un appoggio.

E’ altresì toccante vedere quanto Hezel si terrorizzata al pensiero di ferire i suoi genitori, di rovinargli la vita; si preoccupa al pensiero che possano divorziare, non amarsi più quando lei se ne sarà andata, di lasciarli senza uno scopo, senza nessuno di cui occuparsi, visto che passano tutto il tempo a occuparsi di lei. Una ragazzina di sedici anni che sa che morirà e che cerca di arginare il male che la sua morte causerà.

Leggendo questo libro, guardando il film, mi sono messa in primis nel panni dei suoi genitori, pensando a quelli che combattono tutti i giorni la malattia di una figlia/figlio; poi mi sono messa nei panni di qualcuno che sa che deve morire e che aspetta che arrivi l’ultimo giorno. Al solo scriverlo mi sale l’angoscia, ve lo giuro.

Non penso che questo libro sia un best sellers per come è scritto, ma sicuramente lo è per quello che si può leggere o capire tra le righe, per le metafore, per come riesce a farti immedesimare un po’ in tutti i personaggi. Intendiamoci, anche noi saremmo come Augustus se fossi guariti(anche se privi di un arto) da un cancro, anche noi ci definiremmo “su una montagna russa che va solo in salita”. Anche noi, o per lo meno io, cercherei di arginare i danni di una morte certa al 100%. Se le mie amiche leggessero questo mi ucciderebbero probabilmente, ma io sono come Hezel, ecco perché capisco la sua idea di non voler essere una granata: che non voglia far soffrire le persone, soprattutto quelle che non sono moralmente obbligate a starti a fianco come i tuoi genitori o parenti stretti. Poi Hezel si lascia andare: fa avvicinare Augustus e anche Isaac, ma di conseguenza allontana sempre di più i soggetti sani della storia come l’amica di scuola.

Questo è l’elogio funebre di Hezel ad Augustus, l’elogio al loro “piccolo infinito”, che è stato breve certo, ma splendidamente intenso:

«Mi chiamo Hazel. Augustus Waters è stato il grande amore avversato dalle stelle della mia vita. La nostra è stata una storia d’amore epica, e io non riuscirò ad aggiungere nemmeno un’altra frase senza scomparire in una pozza di lacrime. Gus sapeva. Gus sa. Non vi racconterò la nostra storia d’amore perché come tutte le vere storie d’amore morirà con noi, come deve. Speravo che facesse lui il discorso funebre per me, perché non c’è nessun altro che vorrei facesse…»  «Non posso parlare della nostra storia d’amore, quindi vi parlerò di matematica. Non sono un matematico, ma una cosa la so: ci sono infiniti numeri tra 0 e 1. C’è 0,1 e 0,12 e 0,112 e una lista infinita di altri numeri. Naturalmente c’è una serie infinita di numeri ancora più grande tra 0 e 2, o tra 0 e un milione. Alcuni infiniti sono più grandi di altri infiniti. Ce l’ha insegnato uno scrittore che un tempo abbiamo amato. Ci sono giorni, e sono molti, in cui mi pesano le dimensioni della mia serie infinita. Vorrei più numeri di quanti è probabile che ne vivrò, e Dio, voglio più numeri per Augustus Waters di quelli che gli sono stati concessi. Ma Gus, amore mio, non riesco a dirti quanto ti sono grata per il nostro piccolo infinito. Non lo cambierei con niente al mondo. Mi hai regalato un per sempre dentro un numero finito, e di questo ti sono grata.»

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